La retorica dalla parte delle donne
Prendiamo la parola! Non è solo un libro ma un’esortazione a noi donne a non rimanere relegate in un angolo (semicit per chi ha più di 40 anni).
E perché è così necessario scrivere un saggio sul prendere la parola?
Ce lo spiega l’autrice, Flavia Trupia: “Prendere la parola vuol dire assicurarsi un posto nel mondo. Il silenzio, al contrario, significa lasciare che qualcuno parli per noi, quasi sempre colleghi uomini. Il risultato è la rinuncia all’autorevolezza che, in termini pratici, porta tra l’altro le donne a guadagnare meno. E il denaro, oltre a essere meravigliosamente utile, è una forma di rispetto per la nostra persona e il nostro lavoro.”
Ma andiamo con ordine.
Ethos, logos e pathos: i 3 pilastri della retorica classica
La retorica – cioè l’arte di parlare e scrivere in modo persuasivo ed efficace – si fonda su 3 pilastri fondamentali, tramandatici già dal quarto secolo avanti Cristo da Aristotele: ethos, logos e pathos.
Ethos è la credibilità della persona che parla, si concretizza nella sua capacità di essere ascoltata. Il logos è la concatenazione logica delle argomentazioni che porta a creare un ragionamento persuasivo, mentre, il pathos è la capacità di emozionare l’auditorio: saper creare coinvolgimento, come far ridere o piangere.
Tra le tre qualità, chi parla deve necessariamente padroneggiare l’ethos perché è la dote principale per essere prese seriamente in considerazione. Utilizzo il femminile (e non è sovraesteso) perché questa è principalmente una problematica delle donne. Dalla notte dei tempi, ogni volta in cui abbiamo provato a prendere la parola per farci ascoltare, siamo state “rimesse al nostro posto”.
Ci sono molto utili i tanti esempi virtuosi citati da Flavia Trupia, uno per tutti quello della Prima Ministra irlandese Mary McAleese che, a una visita di Papa Giovanni Paolo II, sentì dire al marito: “Non preferirebbe essere lei il Primo Ministro anziché essere il marito?”. La risposta della Prima Ministra fu esemplare:” Lasci che mi presenti, sono la Presidente dell’Irlanda, le piaccia o no, eletta dal popolo irlandese”.
La brutta voce
Avere una voce profonda e sicura, come quella degli uomini, determina autorevolezza e come ha detto una volta Angela Merkel “per una donna, emanare autorevolezza è qualcosa che bisogna imparare”.
In uno studio australianoè stato analizzato un campione di voci femminili, del 1945 e del 1993, non fumatrici, dai 18 ai 25 anni. È emerso che negli anni 90 le donne abbiano sviluppato una voce molto più profonda rispetto alle coetanee di 50 anni prima: la motivazione ipotizzata è stata proprio la necessità e la determinazione di conquistare ruoli sociali rilevanti.
Schwa, asterischi e u
Il linguaggio si evolve con i tempi e oggi, in particolar modo, stiamo vivendo la necessità di ampliarlo, proprio come dice Vera Gheno (sociolinguista), promotrice dell’utilizzo dello schwa (ə): un simbolo fonetico che rappresenta un suono vocalico neutro, simile alla “e” muta in inglese e che sta lì per comprendere tutte le possibili realtà a cui ci vogliamo rivolgere.
Hanno lo stesso obiettivo gli asterischi o l’adozione della u al termine delle parole, ma anche rivolgersi a tutte e tutti (reduplicazione retorica) è un buon inizio, per far sentire una platea considerata nel suo insieme.
Molte persone ancora storcono il naso quando incontrano queste nuove modalità di linguaggio ma, d’altronde, la lingua è un soggetto in continuo movimento ed è l’utilizzo costante a far sì che la grammatica col tempo si adegui.
Chimamanda Ngozi Adichie: un esempio di discorso vincente
“We should all be feminists” forse alla maggioranza delle persone ricorderà una maglietta di un noto marchio di alta moda ma, in realtà, è parte di uno dei discorsi più significativi e illuminanti di Chimamanda Ngozi Adichie scrittrice, saggista e attivista nigeriana.
Emozionante il suo speech a TEDex nel 2009, nel quale utilizza una figura retorica che si chiama definizione retorica, cioè una definizione non presente sul vocabolario ma propria della stessa oratrice: la parola è stereotipo.
“Raccontare una sola storia crea stereotipi e il problema degli stereotipi non è che siano falsi ma incompleti. Ho sempre pensato che sia impossibile confrontarsi adeguatamente con un luogo o una persona senza confrontarsi con tutte le storie di quel luogo e quella persona.
Le conseguenze dell’unica storia è questa: priva le persone di dignità. Enfatizza le differenze piuttosto che le somiglianze. Le storie sono importanti. Molte storie sono importanti. Le storie possono spezzare la dignità di un popolo, ma le storie possono anche riparare quella dignità spezzata.”
Che bellissime parole!
Strategie vincenti per prendere la parola
- Stai al centro
Calcare la scena è il primo passo per mostrare sicurezza e padronanza dell’argomento. Potrai spostarti da un punto all’altro del palco, ma per l’incipit e l’explicit torna al centro. - Cavalca il palco
Raggiungi il palco con passo deciso, così trasmetterai sicurezza. - Declama
Usa un tono di voce alto, deciso, fermo. - Arraffa il microfono
Non avere paura di usare il microfono. La tua paura dovrebbe essere solo quella di non arrivare in modo chiaro a tutta la platea. - Fai amicizia con le pause
I silenzi aiutano a sottolineare i concetti principali e a concedere, al pubblico, istanti di riflessione. - Fai vedere le mani
Non nascondere le mani (nelle maniche, per esempio) è sinonimo di ritrosia e insicurezza. - L’errore è già il passato
“Le donne sono meglio di noi praticamente in tutto. Però hanno un brutto rapporto con l’errore.” Julio Velasco
Se capita di dimenticarti un passaggio o commettere un’esitazione, non concentrarti su questo e vai avanti, mantenendo il contatto visivo con chi ti sta ascoltando. - Corpo
Sposta l’attenzione dove vuoi che il tuo pubblico ti segua: quando il discorso prende la scena, diventa esso stesso il protagonista, non tu. - Non guardare il capo
Mai cercare con lo sguardo l’approvazione di chi è gerarchicamente superiore a te: solo così mostrerai davvero il tuo carisma. - Goditi l’applauso
Te lo meriti, per l’impegno e il coraggio.

Il saggio di Flavia Trupia dovrebbe essere letto da tutte le donne, cominciando dagli istituti superiori, per far comprendere perché sia così importante far valere il proprio diritto di parola. Ma non solo, è un manuale perfetto per i percorsi DEI (Diversity, Equity, Inclusion) e ovunque si desideri promuovere valori di equità. Sarebbe, inoltre, di fondamentale aiuto agli uomini affinché possano comprendere come diventare alleati del femminismo e, più in generale, della parità di genere. Processo che, per fortuna, è già in atto ma c’è ancora tanta strada da percorrere, tutte e tutti insieme.








