Di gentilezza, oggi, si parla spesso, forse anche troppo. È diventata una parola jolly, buona per ogni contesto, ma quasi sempre usata in modo vago, astratto, o confinata alla sfera personale.
Bon ton pop al lavoro di Elisa Motterle parte invece da una domanda molto più concreta, e per questo interessante: che forma prende la gentilezza quando entra davvero negli spazi professionali? Nei meeting, nelle email, nei pranzi di lavoro, nelle relazioni quotidiane che tengono in piedi o fanno deragliare la nostra vita lavorativa.
È una domanda più attuale di quanto sembri. Lavoriamo in contesti sempre più ibridi, digitali, multiculturali, dove le regole non sono più così evidenti e il rischio di fraintendimenti è alto. A volte non per cattiva fede, ma per semplice disattenzione. In questo scenario, il bon ton smette di essere una lista di formalità antiquate e diventa uno strumento di lavoro vero e proprio.
Più lavoro che buone maniere
Motterle chiarisce subito che non si parla di galateo rigido o di lezioni di stile fine a se stesse ma di business etiquette, ovvero quel codice di comportamento condiviso che permette alle persone di muoversi con sicurezza, rispetto e consapevolezza all’interno delle relazioni professionali.
Il libro è costruito attorno a 80 situazioni reali, molto riconoscibili per chi lavora in azienda, in agenzia o come freelance.
Quando è il momento giusto per rispondere a un’email? È opportuno collegarsi sui social con colleghi e collaboratori? Chi paga il conto a un pranzo di lavoro? Come ci si muove quando il contesto è internazionale?
Non c’è teoria pesante, né l’ansia di “insegnare come si fa”, piuttosto c’è un approccio pragmatico, che parte dalla realtà e prova a rimettere ordine dove spesso regna un certo caos relazionale.
Quando la gentilezza smette di essere un optional
Uno degli aspetti più interessanti del libro è il cambio di prospettiva: la gentilezza non viene raccontata come una qualità accessoria, ma come una competenza professionale, una soft skill vera, non una gentile concessione.
Nell’era del digitale, ora anche dell’intelligenza artificiale, Motterle sottolinea come empatia, inclusività, capacità di leggere il contesto e creare connessioni siano sempre più rilevanti per il business, ed è un passaggio che parla molto anche a chi lavora nel marketing e nella comunicazione.
Perché il modo in cui ci presentiamo, scriviamo, rispondiamo, ci relazioniamo, è parte integrante della nostra identità professionale, non è solo cosa diciamo, ma come lo diciamo.
In questa chiave, il bon ton non è forma vuota: è sostanza che passa attraverso la forma.
Una lettura leggera, che lavora in sottofondo
Dal punto di vista stilistico, Bon ton pop al lavoro è un libro facile da leggere, fresco, scorrevole. Una lettura veloce, che non richiede particolare sforzo e proprio per questo funziona perché non pretende attenzione, ma se la guadagna.
Alcuni consigli risultano piuttosto scontati, soprattutto per chi ha già una certa sensibilità verso le dinamiche relazionali, altri, invece, sono piccole micro-rivelazioni: dettagli a cui magari non avevamo mai dato peso, ma che possono fare la differenza in una situazione professionale delicata.
Personalmente ho apprezzato molto la parte dedicata al bon ton interculturale. In un mondo del lavoro sempre più internazionale, sapere che ciò che per noi è normale può risultare inappropriato altrove non è un dettaglio, ma una competenza ed il libro riesce a trattare questo tema con leggerezza, senza mai risultare pedante o prescrittivo.
Più che dirti cosa fare, ti fa notare cosa fai
Un altro elemento interessante è che il libro non si limita a dire “si fa così”. Spesso, leggendo, ci si ritrova a pensare: questa cosa la faccio anch’io, oppure non ci avevo mai riflettuto davvero.
In più di un punto mi sono sorpresa a riconoscere comportamenti dati per scontati, senza aver mai pensato al messaggio che trasmettono ed è forse qui il valore più grande del testo: invita a fare più attenzione alle parole, ai gesti, ai contesti ed anche a quello che comunichiamo quando pensiamo di non comunicare nulla.
In questo senso, funziona più come uno specchio che come un codice normativo. Non giudica, non mette voti, non pretende di correggere ma accompagna il lettore verso una maggiore consapevolezza, lasciando spazio al buon senso.

È facile dire che questo libro è “per tutti”, ma sarebbe riduttivo. È più corretto dire che si adatta a diversi livelli di esperienza.
Per chi è all’inizio del proprio percorso professionale, può essere una bussola utile per evitare passi falsi e sentirsi più sicuri.
Per chi lavora da anni, è un’occasione per rivedere abitudini date per scontate e affinare il proprio standing professionale.
Per chi lavora nel marketing, nella comunicazione o in ruoli ad alta esposizione relazionale, è un promemoria importante: la relazione è parte del valore che offriamo.
Non è un libro che promette di cambiare la vita, né uno di quelli da sottolineare compulsivamente. È piuttosto uno di quei testi che si leggono con piacere e che, una volta chiusi, continuano a lavorare in sottofondo.
In un contesto professionale sempre più veloce, informale e spesso disordinato, Bon ton pop al lavoro riporta l’attenzione su un tema fondamentale: il rispetto come base della relazione.
Ci ricorda che, anche nel lavoro, la qualità delle relazioni passa spesso da piccoli gesti e che fare attenzione a quei gesti non è tempo perso, ma un investimento, soprattutto in un momento in cui sembriamo tutti di corsa, anche quando comunichiamo.








