Il Sé digitale di Vittorio Gallese è uno di quei libri che tratta un argomento e ti costringe a guardarlo da una posizione diversa rispetto a quanto probabilmente fai normalmente.
È un saggio che tratta neuroscienze, filosofia, estetica, teoria dei media, intelligenza artificiale, tutti temi importanti ma apparentemente più vicini all’università che alla vita quotidiana di chi lavora con brand, contenuti, immagini, social, strategie e relazioni.
Pagina dopo pagina, si rivela un libro che riguarda tantissimo chi lavora nel marketing, e con la percezione, il desiderio, l’identità, l’immaginario e la relazione. Gallese non parla “solo” di digitale ma parla di noi, di come stiamo cambiando mentre usiamo strumenti, schermi, interfacce e intelligenze artificiali, di come questi ambienti non si limitino a mediare la nostra esperienza, ma contribuiscano a darle forma.
Il digitale non è fuori da noi
Una delle idee più forti del libro è che il Sé non sia qualcosa di chiuso, stabile, già definito una volta per tutte. Il Sé è un processo che si costruisce nella relazione con il mondo, con gli altri, con gli oggetti, con le immagini, con le tecnologie.
Questa prospettiva mi ha colpita molto perché sposta il digitale da “strumento che usiamo” ad ambiente che ci modifica.
Siamo abituati a dire che usiamo i social, usiamo lo smartphone, usiamo l’AI, usiamo le piattaforme, ma Gallese ci invita a fare un passo in più: mentre usiamo tutto questo, anche tutto questo usa noi, nel senso che ci attraversa, ci abitua, ci educa a certi gesti, a certe attese, a certi modi di percepire.
Pensiamo al modo in cui scorriamo un feed, salviamo un contenuto, reagiamo a una notifica, costruiamo un’immagine di noi online. Sono microazioni quotidiane, quasi automatiche, ma nel tempo diventano una grammatica del nostro stare al mondo.
Il punto non è demonizzare la tecnologia, anzi, Gallese evita sia il tono nostalgico sia quello entusiasta a tutti i costi. Il suo approccio è più interessante perché prova a capire cosa sta succedendo.
Il corpo resta al centro, anche quando tutto sembra digitale
Uno degli aspetti più importanti del libro è proprio che il digitale non cancella il corpo, lo riconfigura.
L’autore, partendo dalle neuroscienze dell’embodiment e dalla teoria della simulazione incarnata, ci ricorda che non comprendiamo il mondo solo con la testa ma lo comprendiamo con il corpo, con i gesti, con la percezione, con la risonanza emotiva e sensoriale.
Questo passaggio, per chi lavora nella comunicazione, è prezioso.
Perché spesso parliamo di contenuti come se fossero solo messaggi da decodificare, in realtà le immagini, le parole, i video, le interfacce e i format agiscono anche a un livello più profondo: orientano l’attenzione, producono sensazioni, attivano aspettative, costruiscono familiarità.
Quando diciamo che un brand “si sente” vicino, freddo, autentico, artificiale, elegante o accessibile, stiamo già parlando di esperienza incarnata, di qualcosa che passa dal corpo prima ancora che dal ragionamento.
Da questo punto di vista, Il Sé digitale ci aiuta a leggere la comunicazione non solo come trasmissione di informazioni, ma come costruzione di ambienti sensibili.
Immagini, schermi e marketing: il capitolo che resta più addosso
Per me, una delle parti più interessanti del libro è quella dedicata alle immagini e agli schermi.
Ci mostra come oggi le immagini non si limitino più a rappresentare il mondo. Lo filtrano, lo organizzano, in qualche modo lo producono e questo, per chi lavora con la visual identity, i social media, l’advertising o il design, è un passaggio fondamentale.
L’immagine digitale non è solo qualcosa che guardiamo, è qualcosa che attraversiamo, tocchiamo, scorriamo, condividiamo, portiamo con noi. Con lo smartphone, l’immagine non resta più davanti a noi ma entra nella nostra quotidianità, si sovrappone alla vita, diventa parte del modo in cui ci raccontiamo e veniamo riconosciuti.
Qui il libro apre una riflessione molto concreta sul nostro lavoro.
Ogni volta che progettiamo un contenuto, un feed, un’interfaccia, una campagna, non stiamo solo “facendo comunicazione”, stiamo contribuendo a costruire un pezzo di ambiente percettivo, stiamo decidendo cosa viene messo in evidenza, cosa diventa desiderabile, cosa merita attenzione.
Ed è qui che il tema diventa anche etico, perché se gli algoritmi premiano ciò che trattiene, semplifica, polarizza o rassicura, chi comunica ha una responsabilità in più: non limitarsi a inseguire la performance, ma chiedersi che tipo di relazione sta costruendo.
L’AI come altro che ci imita
La parte dedicata all’intelligenza artificiale è quella che incuriosisce e, allo stesso tempo, mette un po’ in allerta.
Il libro affronta l’AI non solo come tecnologia, ma come nuova forma di alterità. Un “altro” non umano che parla, risponde, simula ascolto, adatta il proprio linguaggio al nostro, restituisce una sensazione di presenza.
Qui che la domanda si fa più sottile: cosa succede quando iniziamo a relazionarci con qualcosa che non ha un corpo, non ha esperienza vissuta, non ha intenzionalità come la intendiamo noi, ma si comporta come se fosse un interlocutore?
L’AI sta già entrando nella scrittura, nel customer care, nella profilazione, nella generazione di immagini, nella personalizzazione dei contenuti, nella costruzione di esperienze conversazionali. Può essere uno strumento utilissimo, ma il libro ci invita a non fermarci all’efficienza.
Il punto non è solo cosa possiamo automatizzare ma cosa succede alla relazione quando l’altro diventa una funzione. Quando la risposta è sempre pronta, coerente, ottimizzata, senza attrito. Quando il desiderio viene previsto prima ancora di essere espresso.
Qui Gallese non dà risposte facili, e secondo me è un bene. Lascia aperte domande che vale la pena portarci dietro.

Va detto con trasparenza: Il Sé digitale non è una lettura leggera.
Ci sono passaggi complessi, soprattutto quando il ragionamento entra in territori più filosofici. Alcuni punti richiedono attenzione, magari anche una seconda lettura. Però lo stile resta accessibile, se ci si concede il tempo giusto.
Non è un libro da leggere di corsa tra una call e l’altra. È un libro da sottolineare, lasciare sedimentare, riprendere.
E forse il suo valore sta proprio nel fatto che non ti offre una lista di strumenti, ma una nuova profondità di sguardo.
In un momento in cui il digitale viene spesso raccontato in modo molto operativo (tool, trend, prompt, automazioni, workflow) Gallese ci riporta alla domanda di fondo:
che cosa stiamo diventando dentro questi ambienti?
Per chi lavora nel marketing, questa domanda è molto più pratica di quanto sembri. Perché ogni strategia, ogni contenuto, ogni interfaccia, ogni esperienza di marca parte da un’idea di persona. E se cambia il modo in cui le persone percepiscono, desiderano, si relazionano e costruiscono la propria identità, allora deve cambiare anche il nostro modo di comunicare.
Consiglierei Il Sé digitale a chi lavora nella comunicazione, nel marketing, nel design, nella formazione e nella strategia, soprattutto se sente il bisogno di andare oltre la superficie del digitale.
È un libro adatto a chi si occupa di immagini, brand, contenuti e AI, ma vuole capire meglio cosa c’è sotto, non solo come funzionano gli strumenti, ma come stanno cambiando il nostro modo di sentire e di stare in relazione.
Lo consiglierei anche a chi cerca una lettura capace di mettere insieme pensiero critico e attualità, senza cadere né nel panico tecnologico né nell’entusiasmo da novità.
Forse non è il libro giusto per chi cerca un manuale pratico o una guida immediata all’uso dell’intelligenza artificiale. Qui non trovi scorciatoie operative.
Trovi qualcosa di più lento e, proprio per questo, più utile: una cornice per guardare il presente con maggiore consapevolezza.
Dal mio punto di vista, Il Sé digitale vale la lettura perché ci ricorda una cosa semplice ma decisiva: la tecnologia non è mai solo tecnologia. È relazione, percezione, immaginario, corpo, desiderio.
E se vogliamo continuare a comunicare in modo umano, dobbiamo prima capire come l’umano sta cambiando.







