RECENSIONE DEL LIBRO

Si può dire. Si può fare.

Come coltivare la sicurezza psicologica per far crescere aziende sane e di successo

Editore:

ROI Edizioni

autore

Alessandra Colonna

pubblicazione:

pagine:

Marzo 2026

272

Autore

Alessandra Colonna

Editore

ROI Edizioni

Pubblicazione

Marzo 2026

Pagine

272

Prezzo

24,90

Autore

Alessandra Colonna

Pagine

272

Editore

ROI Edizioni

Prezzo

24,90

Autore

Alessandra Colonna

Pubblicazione

Marzo 2026

costo:

Editore

ROI Edizioni

Pagine

272

24,90

La sicurezza psicologica come base del lavoro che funziona

Si può dire, si può fare di Alessandra Colonna è un libro che parla di sicurezza psicologica, ma sarebbe riduttivo definirlo “un libro sul benessere in azienda”, perché qui il tema non è rendere i luoghi di lavoro più gentili in modo generico, né aggiungere l’ennesima parola bella ai valori aziendali da mettere sul sito.

Il punto è molto più concreto: le organizzazioni funzionano davvero solo quando le persone possono dire quello che vedono, proporre quello che pensano, sbagliare mentre imparano e contribuire senza la paura costante di essere giudicate, punite o messe da parte.

E questo, per chi lavora dentro un’organizzazione, guida persone, prende decisioni o partecipa a progetti complessi, non è un dettaglio ma il terreno su cui tutto il resto cresce, oppure si blocca.

Una lettura fluida per un tema tutt’altro che semplice

La cosa interessante del libro è che Alessandra Colonna riesce a parlare di un tema complesso in modo molto accessibile. Il testo è fluido, scorrevole, pieno di esempi e casi reali che aiutano a capire i concetti senza appesantirli. Non hai la sensazione di leggere una teoria organizzativa lontana dalla pratica, ma una fotografia molto riconoscibile di quello che succede ogni giorno in tante aziende.

A volte anche troppo riconoscibile.

Ci sono passaggi in cui viene quasi spontaneo pensare: ma che brutto mondo del lavoro ci siamo costruiti? Perché quando il libro parla di silenzio organizzativo, falso consenso, leadership troppo carismatiche, riunioni piene di rumore e poca sostanza, è difficile non ripensare a situazioni vissute sulla propria pelle.

Quando tacere diventa una strategia di sopravvivenza

Il cuore del libro è proprio questo: la sicurezza psicologica non è un “nice to have”, è la base di ogni organizzazione che vuole funzionare davvero. Se manca, le persone imparano a tacere e quando le persone tacciono, le aziende perdono informazioni, idee, segnali deboli, possibilità di correggere la rotta.

Il silenzio, nel libro, non viene trattato come una mancanza di coraggio individuale. L’autrice mostra bene come spesso tacere sia una strategia di sopravvivenza. Si tace per difesa, perché si teme una punizione, si tace per acquiescenza, perché si pensa di essere gli unici a vedere un problema, si tace per proteggere un collega, un team, un equilibrio, si tace anche per insicurezza, perché non si sa come dire una cosa o perché si teme di non essere abbastanza autorevoli per dirla.

Questa parte, dal mio punto di vista, è una delle più potenti del libro perché sposta la domanda da “perché quella persona non ha parlato?” a “che tipo di contesto abbiamo creato, se parlare sembrava più rischioso che tacere?”.

È una domanda scomoda, ma molto utile.

Nel marketing, per esempio, lavoriamo continuamente con idee, feedback, creatività, presentazioni, progetti da difendere e decisioni da prendere spesso in tempi stretti, eppure quante volte una persona evita di dire che una campagna non funziona? Quante volte un junior non propone un’intuizione perché “magari è una sciocchezza”? Quante volte un team si allinea a una scelta solo perché la voce più forte nella stanza ha già deciso la direzione?

Il problema è che il falso consenso assomiglia molto all’accordo Da fuori sembra armonia, in realtà può essere solo paura ben vestita.

Colonna lo racconta con esempi importanti, anche legati a grandi fallimenti della storia economica, scientifica e organizzativa, ma il valore del libro sta nel fatto che non resta mai solo sui casi estremi. Ti fa capire che gli stessi meccanismi esistono anche nelle piccole decisioni quotidiane, quelle che non finiscono sui giornali, ma che giorno dopo giorno costruiscono culture aziendali fragili.

Abbiamo confuso il rumore con la sostanza

Un altro tema che colpisce è quello del “talking”, cioè l’obbligo implicito a parlare sempre per dimostrare presenza, interesse, partecipazione. Anche qui, il libro tocca un nervo scoperto. Viviamo in contesti in cui spesso il rumore viene scambiato per contributo, riunioni piene, parole ovunque, call una dietro l’altra, commenti da fare, opinioni da esprimere, anche quando non aggiungono davvero valore.

Una frase del libro mi è rimasta particolarmente impressa: “abbiamo confuso il rumore con la sostanza”. Forse perché riassume benissimo una sensazione molto contemporanea. L’idea che essere sempre attivi, sempre visibili, sempre reattivi significhi essere produttivi, mentre a volte servirebbe quasi il contrario: pensare prima di parlare e, ogni tanto, avere anche il coraggio di non dire nulla se non abbiamo nulla di utile da aggiungere.

Dal “si puo dire?” al “si può fare?”

La seconda parte del libro sposta il focus dal “si può dire?” al “si può fare?” e fa entrare in gioco un altro grande blocco delle organizzazioni: la paura di sbagliare.

Anche questo tema è molto vicino al lavoro creativo e strategico. Perché innovare, creare, proporre qualcosa di diverso significa sempre esporsi a una quota di rischio. Un’idea nuova può non funzionare, un progetto può aver bisogno di tentativi, una strada può rivelarsi sbagliata. Ma se il fallimento viene trattato come una colpa, le persone imparano a non provare più.

E quando le persone smettono di provare, resta solo il famoso “qui si è sempre fatto così”.

La parte sulla creatività, per chi lavora in comunicazione, è forse una delle più interessanti. Colonna fa capire molto bene che la creatività non nasce solo dal talento individuale, ma dal contesto in cui quel talento può esprimersi. Se l’ambiente è rigido, giudicante, punitivo o troppo orientato al controllo, anche le persone più brillanti finiscono per ridimensionarsi. Diventano caute. Si trattengono. Portano meno di quello che potrebbero portare.

E questa non è solo una perdita per loro, è una perdita economica, strategica e culturale per l’azienda.

Il libro parla anche di mondo BANI, quindi fragile, ansioso, non lineare e incomprensibile. Una definizione che descrive bene il tempo in cui lavoriamo: mercati instabili, tecnologie che cambiano, clienti più complessi, contesti difficili da leggere. In uno scenario così, la sicurezza psicologica diventa quasi un meccanismo di sopravvivenza, perché le aziende hanno bisogno di persone capaci di segnalare problemi, cambiare idea, sperimentare, reagire in fretta e imparare dagli errori.

Oltre la cultura aziendale di facciata

La sensazione finale è che Si può dire, si può fare non sia un libro “morbido”, anche se parla di persone, anzi, è un libro molto concreto. A tratti è quasi uno schiaffo, soprattutto quando mostra quanto spesso le aziende investano in corsi, report, iniziative e narrazioni patinate, senza toccare davvero la cultura profonda.

Perché si può fare formazione sulla leadership, sulla collaborazione, sull’innovazione, si possono organizzare workshop, survey, percorsi ESG, momenti motivazionali, ma se poi nella pratica chi dissente viene isolato, chi sbaglia viene punito, chi parla viene ignorato e chi propone viene visto come un problema, tutto il resto diventa decorazione.

Qui forse è il punto in cui il libro lascia la riflessione più importante: “si può dire?” e “si può fare?” non sono due domande separate ma sono due facce della stessa medaglia. Le persone agiscono davvero solo quando possono anche parlare davvero e parlano davvero solo quando sanno che la loro voce verrà ascoltata, valutata e gestita senza ritorsioni personali.

Conclusioni del libro

A chi lo consigliamo?

A manager, imprenditori, HR, consulenti, formatori e team leader. Ma anche a chi lavora nel marketing, nelle agenzie, nei reparti creativi o in contesti dove idee, feedback e decisioni fanno parte della quotidianità.

È un libro utile per chi guida persone, ma anche per chi vuole capire meglio certe dinamiche che magari ha vissuto senza riuscire a nominarle. Il suo valore sta proprio qui: dà parole a meccanismi spesso invisibili.

E quando una cosa ha finalmente un nome, diventa anche più facile riconoscerla. E, un passo alla volta, cambiarla.

voto recensione la svolta di andrea giuliodori

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l'Autore

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Arianna Barisan
Art director e designer con 20 anni di esperienza nel mondo della comunicazione, mi occupo di consulenze per aziende e agenzie creative. Ho fondato IdeadiDesign (www.ideadidesign.it), un laboratorio creativo che trasforma le idee in progetti concreti, aiutando i miei clienti a costruire una comunicazione autentica ed efficace. Ogni progetto è un mix di creatività e strategia, un’occasione per creare un legame vero con il pubblico. Sono sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, e mi tengo aggiornata leggendo libri del settore. Con passione, accompagno brand e imprenditori nel dare vita a un’identità visiva e narrativa che faccia davvero la differenza.

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Art director e designer con 20 anni di esperienza nel mondo della comunicazione, mi occupo di consulenze per aziende e agenzie creative. Ho fondato IdeadiDesign (www.ideadidesign.it), un laboratorio creativo che trasforma le idee in progetti concreti, aiutando i miei clienti a costruire una comunicazione autentica ed efficace. Ogni progetto è un mix di creatività e strategia, un’occasione per creare un legame vero con il pubblico. Sono sempre alla ricerca di nuove ispirazioni, e mi tengo aggiornata leggendo libri del settore. Con passione, accompagno brand e imprenditori nel dare vita a un’identità visiva e narrativa che faccia davvero la differenza.

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