Che cos’è davvero la curiosità e perché sulla copertina c’è un gatto, non un cervello stilizzato o l’ennesima freccia verso l’alto?
Già da qui si capisce che “Il coraggio del gatto. La fenomenale importanza della curiosità a tutte le età” di Giulio Xhaët non è il classico saggio “motivazionale”.
Piuttosto uno di quei viaggi all’avventura – a tratti seduti sul cassone di un furgone che attraversa le Ande o le foreste tropicali della Thailandia – dentro il modo in cui facciamo domande, prendiamo decisioni, restiamo (o smettiamo di restare) vivi.
È un libro che si legge come una lunga chiacchierata con qualcuno che non ha paura di raccontarti anche gli inciampi personali. Soprattutto che ti chiede, pagina dopo pagina: “ora dimmi, quanto ti stai concedendo di essere curioso?”.
I quattro volti della curiosità: esploratrice, guaritrice, indagatrice, imprenditrice
Uno degli aspetti che ho amato di più è che Giulio Xhaët non tratta la curiosità come un blocco unico, ma come una piccola costellazione di attitudini diverse.
Nel libro entra in quattro “territori” principali, che ti ritrovi a riconoscere nella tua vita quotidiana, anche lavorativa. Cosa accomuna Francesco Oggiano, l’effetto Zeigarnik, Love me do dei Beatles, Spinosa e Diderot, Billy Jean King e Lee Miller Penrose? Esattamente questo:
- Curiosità esploratrice: quella che associamo più facilmente al “sono curioso”, il desiderio di scoprire cose nuove, incontrare persone, testare strumenti, uscire dal solito giro. È la curiosità che ci fa cliccare su un link in più, prenotare un biglietto, iniziare un progetto senza sapere esattamente dove porterà.
- Curiosità guaritrice: forse la più sottovalutata. È quella che ti spinge a imparare qualcosa di nuovo quando stai male, per rimettere insieme i pezzi. È il “quando sei triste, impara qualcosa di nuovo” del mago Merlino a Semola, trasformato in pratica per adulti che lavorano, si inceppano, ripartono.
- Curiosità indagatrice: la parte più da “crime” del libro – e della nostra testa. È l’istinto di andare a fondo, di non accontentarsi della prima risposta, di smontare i perché finché la cosa non torna davvero. Può essere un motore potentissimo nei progetti… o trasformarsi nella trappola del perfezionismo, se non sappiamo dire “basta così per oggi”.
- Curiosità imprenditrice: quella che fa brillare gli occhi a chi non riesce a stare con le mani in mano. È la capacità di ribaltare un cruccio in opportunità, un dubbio in ipotesi di business, una domanda personale in prodotto o servizio utile anche agli altri.
E il bello è che non sei costretto a scegliere chi sei in maniera definitiva.
Il coraggio del gatto ti aiuta a capire quali sono i territori che abiti di più oggi, dove sei carico e dove invece potresti riaccendere qualcosa, anche grazie a un CuriosiTest pensato proprio per farti mappare la tua geografia interna.
Dal paradosso della scelta a Zeigarnik: quando la curiosità si inceppa
Se pensi che curiosità significhi solo “avere voglia di fare”, Il coraggio del gatto ti porta abbastanza in fretta sulla scena del crimine: tutti quei momenti in cui, pur essendo curiosi, restiamo bloccati.
Uno degli esempi più illuminanti è il famoso “esperimento della marmellata” di Sheena Iyengar, il Jam Experiment: più gusti metti sul tavolo, più gente si ferma incuriosita, ma meno persone comprano davvero. Quando le opzioni diventano troppe, la nostra capacità decisionale si sbriciola. È il paradosso della scelta: l’ipermercato delle possibilità di oggi ci esalta, poi ci paralizza.
Nel libro questo non resta un aneddoto da manuale di psicologia sociale: viene collegato alle scelte di vita e di carriera, a quel punto in cui superate le solite due‑tre strade “ovvie”, entriamo in tilt e iniziamo a procrastinare decisioni importanti proprio mentre raccontiamo a tutti che “siamo aperti a tutto”.
Sempre mentre viaggiamo nel cassone con il nostro fedele compagno di avventura, ci imbattiamo nell’effetto Zeigarnik: tendiamo a ricordare e rimuginare di più sui compiti lasciati in sospeso rispetto a quelli completati.
Giulio Xhaët ci costruisce sopra una vera e propria “routine Zeigarnik” in quattro fasi (geniale), per trasformare i finali aperti da fonte d’ansia in alleati della creatività e della motivazione. Inizi un lavoro, lasci deliberatamente qualcosa in sospeso al picco del flow, annoti dove ripartire, lasci lavorare il subconscio e poi rientri in scena quando il cervello ha continuato a “montare i pezzi” da solo.
È uno di quei passaggi che ti viene voglia di testare subito – soprattutto se vivi con le notifiche sempre accese e quella sensazione di urgenza permanente che l’autore riassume bene raccontando la sua decisione di silenziare quasi tutte le notifiche per riconquistare tempo e attenzione.
Curiosità, identità e “groccare” le scelte
Quanti di noi hanno mai usato il verbo “groccare” per esprimere il senso di profondità nelle proprie scelte? E cosa questo ha a che fare con la curiosità?
“Groccare” una decisione significa smettere di valutarla solo in astratto e concedersi una prova generale. Immaginarsi e comportarsi per un periodo come se quella fosse davvero la nostra opzione di vita e ascoltare cosa succede quando la mente razionale, l’intuizione, le emozioni e persino il corpo iniziano a parlarsi.
Groccare vuol dire iniziare a capire qualcosa non solo con la testa, ma indossarla, abitarla per un po’, come se fosse già reale, per vedere cosa ti succede dentro – a livello cognitivo ed emotivo.
Ma questo lo spiega estremamente meglio Giulio Xhaët in Il coraggio del gatto.
Nel mondo del marketing e del lavoro di oggi, dove siamo sommersi da canvas, matrici e framework per “decidere meglio”, questa idea ha un pregio enorme: ti riporta a un livello umano, quasi artigianale, del prendere decisioni. Non stai più solo ottimizzando una scelta, stai vedendo se ci entri dentro bene, se ti riconosci nella persona che diventi, facendola.
È un invito molto pratico e poco retorico a usare la curiosità non solo per raccogliere informazioni, ma per esplorare identità possibili, versioni di noi che magari stiamo tenendo ai margini per paura di sembrare incoerenti.
La curiosità può far male?
Un altro merito del libro è non farti innamorare della curiosità come se fosse sempre e solo “la cosa sempre più giusta da fare”. Giulio Xhaët dedica pagine interessanti a quelli che potremmo chiamare i suoi nemici interni: perfezionismo, “inattaccabilismo”, dipendenza dal giudizio altrui.
In particolare, la distinzione tra perfezionismo sano (il desiderio di migliorare un lavoro, un progetto, una competenza) e ciò che l’autore chiama “inattaccabilismo” è uno strumento molto utile di questi tempi: la tendenza a rifinire all’infinito non per alzare la qualità, ma per evitare qualsiasi possibilità di critica, sbavatura, imprevisto. È il perfezionismo che non protegge il lavoro, ma l’immagine di sé.
Qui torna potente il collegamento con la curiosità indagatrice: se continuiamo a scavare, a rimandare la consegna, a non “esporsi” mai davvero, non stiamo più indagando per capire meglio; stiamo usando la curiosità come alibi per non rischiare niente.
Il libro entra anche nel tema delle abitudini, raccontando come il nostro cervello si comporti come una società di soci: le parti più antiche si occupano di automatizzare comportamenti, quelle più recenti di consapevolezza e memoria. Se lasciamo che il “socio di maggioranza” sia solo la parte antica, finiamo per vivere in loop che non abbiamo scelto davvero: lavori che non ci rappresentano più, relazioni o routine che ci tengono fermi mentre raccontiamo a tutti che “il cambiamento è la nuova normalità”. La curiosità, qui, diventa uno strumento per rinegoziare il patto con le nostre abitudini, per tornare a essere – come dice Xhaët – “la persona che ti piace”.
Il coraggio del gatto (e dei partner in crime)
Quindi perché un gatto in copertina? Perché la curiosità “uccise il gatto”, ma la soddisfazione di averci provato lo riportò in vita.

Il coraggio del gatto non è tanto quello di non avere paura, quanto quello di rischiare qualcosa per seguire una domanda, un’intuizione, una pista che nessuno ti aveva chiesto di esplorare. È un coraggio che, nel libro, raramente è solitario. Xhaët insiste molto sul concetto di “partner in crime”: quelle persone con cui condividi curiosità, esperimenti, fallimenti, idee ancora immature, e che diventano moltiplicatori di possibilità.
È qui che il libro parla fortissimo a chi lavora nel marketing e nella comunicazione: progetti, contenuti, strategie che funzionano davvero nascono quasi sempre da micro‑alleanze tra curiosi, da team che si permettono di “annusare” strade nuove insieme, invece di proteggere solo il proprio pezzetto di lavoro.
Se ti interessa capire come funziona la curiosità, andare oltre lo slogan da slide e groccare una competenza che può cambiare il modo in cui scegli, progetti, lavori e ti prendi cura di te, questo libro è un invito a metterci il naso – sapendo che potresti uscirne un po’ diverso da come sei entrato. Merito anche di un editing Sonzogno estremamente curato, che lima il superfluo, tiene alto il ritmo e rende l’esperienza di lettura ancora più gustosa.








