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OnlyFans, Hollywood e Tim Berners-Lee: i protagonisti del Giorno 3 al Web Summit 2025

Se il Giorno 1 del Web Summit aveva mostrato la direzione dell’innovazione e il Giorno 2 aveva rivelato chi oggi governa davvero la cultura digitale…il Giorno 3 è stato il momento della sintesi.

La giornata che ha messo in tensione tutte le trasformazioni viste finora: il potere dell’AI nella finanza, la riscrittura dell’open web, la fragilità dei modelli di business attuali, il ruolo degli artisti nell’era generativa, fino alla robotica fisica e alla creator economy che si muove oltre le piattaforme.

OnlyFans: la creator economy che funziona davvero (e che non si vergogna di dirlo)

Una delle conversazioni più oneste e meno filtrate è arrivata da un settore che molti faticano ancora a guardare senza pregiudizi: OnlyFans.

Sul palco la CEO Key Blair ha raccontato un modello di business che fa esattamente il contrario di ciò che vediamo nelle big tech: restituisce il valore economico a chi crea.

Niente pubblicità, niente algoritmi opachi, niente marketplace ingestibili.

Semplicemente: 80% ai creator, 20% alla piattaforma, con un team di soli 42 dipendenti che gestisce oltre 7 miliardi di dollari di ricavi.

Blair ha insistito su un punto cruciale: OnlyFans non è un far west digitale, ma un social network vero, regolato e verificato. Ogni utente – creator e fan – è sottoposto a controlli rigidi di identità e la piattaforma vieta gli account interamente generati dall’AI: una dichiarazione schietta che difende la creatività umana e la sua monetizzazione.

In un’epoca in cui molte piattaforme premiano engagement e volume, OnlyFans difende un’altra idea: quella del lavoro creativo come professione retribuita, non come contenuto sacrificabile per alimentare modelli generativi.

Hollywood & IA: tra democratizzazione creativa e feudalesimo digitale

La discussione sull’IA applicata al mondo dell’intrattenimento è stata sorprendentemente sincera.

Il team di Arcana Labs insieme all’attore Scott Eastwood ha mostrato come l’AI possa diventare un alleato per chi lavora nel cinema: storyboard generativi, pre-visualizzazioni, montaggi assistiti e strumenti che permettono di creare contenuti di qualità con budget molto più bassi.

Un’“AI guidata dall’artista”, come l’hanno definita, non un sostituto ma un collaboratore che taglia i costi e amplia l’accesso alla produzione.

Un contrappunto forte è arrivato da Joseph Gordon-Levitt, che con lucidità ha descritto quello che chiama feudalesimo digitale: un sistema in cui le piattaforme di AI si arricchiscono usando – senza consenso né compenso – il lavoro creativo di milioni di persone. Attori, illustratori, musicisti, fotografi: tutti diventano “materia prima” per i modelli generativi, senza riconoscimento e senza ritorno economico.

La sua posizione è netta: servono leggi, non buona volontà. Servono compensazioni continue, non una tantum. Servono regole che difendano l’arte e il giornalismo come beni pubblici, non come dataset.

In mezzo, la voce di Armin Van Buuren, che ha ricordato la cosa più semplice e più vera:“L’AI può aiutarmi a creare, ma non potrà mai sostituire il modo in cui una persona sente la musica.”

Tim Berners-Lee: perché dobbiamo resettare il web (prima che lo faccia l’AI)

Uno dei momenti più intensi del terzo giorno è arrivato con Sir Tim Berners-Lee, l’inventore del web, che non ha nascosto la sua preoccupazione: “Abbiamo perso il controllo dei nostri dati. Serve un reset, adesso.

Con il CEO di Interrupt, John Bruce, ha presentato Solid, la tecnologia che vuole restituire agli individui ciò che già dovrebbe appartenere loro: i propri dati. Solid funziona come un “portafoglio digitale” che conserva ogni informazione personale e che consente all’utente di decidere chi può accedere, per quanto tempo e per quale scopo.

È un’idea semplice ma radicale, soprattutto in un’epoca in cui gli agenti AI rischiano di diventare i nuovi “proprietari del web”, filtrando, estraendo e trasformando informazioni senza consenso esplicito.

Berners-Lee ha lanciato un avvertimento chiaro: il modello di business delle grandi piattaforme – basato su pubblicità, sorveglianza, scraping e profilazione – è incompatibile con la nuova era dell’AI generativa. E soprattutto, è eticamente fragile.

La sua critica più forte riguarda la “corsa cieca” tra le aziende di AI, che sembrano più concentrate nel superarsi che nel coordinarsi su sicurezza, diritti o valori condivisi.

È come se avesse detto: se non riprendiamo il controllo adesso, lo perderemo per sempre.

Cosa ci ha insegnato davvero il Web Summit 2025

Dopo tre giorni di interventi, visioni, promesse e contraddizioni, il Web Summit 2025 lascia una certezza: non siamo più nella fase in cui l’AI “arriva”, siamo nella fase in cui l’AI ridefinisce.

Ridefinisce i modelli di business, gli spazi creativi, la proprietà dei contenuti, l’economia della scoperta, il lavoro, l’informazione e perfino la politica..

Quello che rimane, dopo aver ascoltato fondatori, attori, ingegneri, regolatori e creatori, è un messaggio molto chiaro:
la tecnologia sta correndo più veloce della nostra capacità di costruire valori, diritti e modelli equi attorno ad essa.

Da una parte, l’AI accelera la creatività, aumenta la produttività, migliora la sicurezza e apre opportunità gigantesche; dall’altra, mette in crisi l’autonomia digitale, la sostenibilità dei media, la sovranità artistica, la trasparenza dei dati e l’accesso al mercato dei nuovi talenti.

Il punto non è scegliere tra entusiasmo o paura, ma capire che stiamo entrando nella fase in cui non basta innovare, bisogna governare la complessità.

Noi continueremo a raccontare ciò che accade dove il digitale prende forma. Perché è lì che si decide il futuro del marketing, dell’informazione e dell’innovazione.

Appuntamento al Web Summit 2026!

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