In trappola è un libro attuale, denso e necessario, che affronta in modo diretto e articolato il tema degli stereotipi di genere e della violenza contro le donne, con particolare attenzione al mondo giovanile.
Scritto da Chiara Di Cristofaro (psicologa e giornalista), Simona Rossitto (giornalista esperta di finanza e cronaca giudiziaria) e Livia Zancaner (giornalista da anni impegnata nel racconto della violenza contro donne e minori), ed edito da Il Sole 24 Ore, si compone di 10 capitoli, ognuno di questi arricchito da numerosi spunti tratti da inchieste, dati ISTAT, QR code multimediali e testimonianze reali.
Il titolo è già una chiave di lettura: il termine “trap”, evidenziato nella parola trappola, richiama sia la musica amata da molti adolescenti – spesso portatrice di messaggi sessisti e maschilisti – sia l’idea di una gabbia culturale in cui ragazze e ragazzi rischiano di rimanere intrappolati.
Il libro nasce infatti da un’inchiesta che ha coinvolto scuole italiane, adolescenti e insegnanti, e analizza gli ambiti più vicini alla loro quotidianità: musica, social media, linguaggio, scuola, famiglia e informazione.
Il volume si apre con l’omicidio di Giulia Cecchettin, giovane vittima di femminicidio, utilizzando il caso come punto di partenza per riflettere sui segnali invisibili che precedono spesso la violenza fisica: umiliazioni, controllo, gelosia, svalutazioni continue. Non si tratta solo di eventi estremi, ma di comportamenti normalizzati, difficili da riconoscere e già gravi. Le autrici invitano a guardarli come parte della violenza strutturale, che nasce da stereotipi di genere profondamente radicati.
Uno dei messaggi principali del libro è ribadire quanto la responsabilità non sia solo dei giovani, ma soprattutto degli adulti. È nella famiglia che si apprendono per primi i ruoli di genere: ai bambini e alle bambine vengono rivolte aspettative diverse, si usano toni diversi, si insegna a “stare al proprio posto”. Anche la scuola, pur trattando questi argomenti, spesso lo fa in modo troppo teorico, senza lavorare concretamente sulle emozioni, sui vissuti, sulla capacità di riconoscere e gestire la rabbia, la frustrazione, il dolore.
Amore o possesso?
Il libro analizza anche in modo approfondito il ruolo dei social network, dove i confini tra reale e virtuale diventano sempre più sfumati. In rete si usano parole offensive, si scherza con espressioni violente, si confonde il rispetto con il possesso. Molti adolescenti tendono a scambiare comportamenti di controllo per segnali d’amore: condividere le password, geolocalizzarsi, “tener d’occhio” l’altro attraverso app, sono vissuti come gesti romantici, anziché che segnali di una relazione malsana. La stessa polizia postale conferma quanto questi atteggiamenti possano facilmente evolvere in veri e propri atti persecutori.
Usiamo la musica per veicolare messaggi positivi
Uno spazio importante viene dedicato alla musica trap, molto seguita tra i più giovani. Alcuni artisti, come Tony Effe, sono spesso oggetto di critiche per i loro testi misogini e aggressivi, ma le autrici riconoscono anche delle eccezioni (ad esempio BigMama), che usano il rap per denunciare il body shaming e la discriminazione. La musica, quindi, può essere uno strumento pericoloso, ma anche una potente leva di cambiamento, se usata con responsabilità.
Il volume offre inoltre dati ufficiali e spunti critici sulla rappresentazione della violenza nei media: perché alcuni casi di femminicidio ricevono maggiore attenzione mediatica di altri? Quanto contano l’aspetto, il contesto sociale o culturale della vittima? Vengono proposte letture critiche che aiutano il lettore a riflettere sul modo in cui vengono selezionate e raccontate le notizie.
La difficile femminilizzazione delle professioni
Molto interessante anche l’attenzione al linguaggio e all’importanza del femminile nelle professioni: perché “ingegnera” o “avvocata” sono parole ancora così poco usate, nonostante siano corrette? Il libro riprende anche i consigli dell’Accademia della Crusca, spiegando come la lingua contribuisca a plasmare la realtà.
Le autrici invitano inoltre a costruire reti territoriali, a fare prevenzione concreta, a lavorare sull’educazione emotiva. Non basta dire “non si fa così”: bisogna insegnare ai ragazzi a riconoscere il dolore, a tollerarlo, a non trasformarlo in violenza. L’obiettivo è educare alla libertà, al rispetto reciproco, alla gestione sana delle relazioni.

In trappola è una lettura che unisce rigore e sensibilità, denuncia e proposta. Non si limita a spiegare ciò che non funziona, ma suggerisce come costruire una cultura diversa, a partire dalle parole e dai gesti quotidiani e dai contesti in cui cresciamo. Un invito alla consapevolezza, alla responsabilità e soprattutto al cambiamento.
Sebbene la mission del libro sia quella di parlare ai giovani, alcuni contenuti, soprattutto quelli di carattere giuridico o sociolinguistico, risultano piuttosto complessi. Per questo motivo, si ritiene che il testo appare più adatto a un pubblico adulto (18+), mentre i lettori adolescenti più giovani potrebbero incontrare difficoltà nel seguire alcune parti del volume.








