Accendere i fuochi è un libro ribelle. Gianrico Carofiglio lo esplicita già nel sottotitolo: Manuale di lotta e gentilezza.
Lotta perché viviamo in un’epoca in cui è necessario far sentire la nostra voce, emergere dalla massa, esprimere un pensiero, differenziare il ragionamento senza aver paura del giudizio, senza temere di andare controcorrente.
Gentilezza perché abbiamo bisogno di parole buone, linguaggi inclusivi, libertà di azione e pensiero, democrazia.
La critica ha definito il saggio di Carofiglio un manuale di sopravvivenza civile. Forse, un testo da proporre nelle scuole secondarie di secondo grado, luoghi dove c’è bisogno di accendere i fuochi, di “… creare una tensione, far nascere una domanda, mettere in moto un’energia che prima non c’era”.
Luoghi nei quali è ancora possibile innescare la scintilla del cambiamento.
Di cosa parla Accendere i fuochi
Quando leggiamo un libro, una delle prime domande che pongono le persone incuriosite dal testo è “Di che cosa parla?”. E qui, sono in difficoltà.
Accendere i fuochi non è un romanzo coinvolgente, né un manuale didattico. È, piuttosto, un saggio che espone con fermezza punti di vista, opinioni e pensieri di un autore pragmatico che insegna Lingua e scrittura giuridica di base all’università. Un libro di un padre autorevole che desidera preparare i suoi figli al futuro. Un testo di una cintura nera sesto dan di karate che pratica la lotta e la gentilezza accennate nel sottotitolo.
Accendere i fuochi non parla di qualcosa di specifico. Più semplicemente, ci parla. Si rivolge al pubblico con un tono di voce diretto, asciutto e pratico.
Ci parla di scelte, di libertà, di potere. Di responsabilità, consapevolezza e opportunità. Di ascolto, domande e parole. Di dubbio, errore e scelte.
Ci parla di un passato che ha forgiato gli adulti di oggi con un’educazione discutibile e di un futuro da inventare.
Ci parla di come possiamo accendere il fuoco che alberga in noi e metterci in discussione, ogni giorno.
La struttura di Accendere i fuochi
Il saggio è composto da otto capitoli, legati l’uno con l’altro da un filo sottile e da connessioni che, a una prima lettura, si faticano a comprendere.
Nell’introduzione Carofiglio spiega il libro e introduce lettrici e lettori nel suo saggio, esplicitando che “Questo libro non promette soluzioni facili né risposte definitive. […] è piuttosto un invito a guardarsi intorno con occhi diversi, a interrogarsi su cose che sembrano ovvie, a non dare nulla per scontato”.
Un libro che parla tanto ai giovani quanto agli adulti.
Per Carofiglio accendere un fuoco significa imparare a vedere, ascoltare, acquisire consapevolezza sulle persone e sulle cose.
Così, nel primo capitolo, l’autore parla degli invisibili, quei soggetti che non vediamo o che non vogliamo vedere. E di visibilità, quella alla quale oggi aspiriamo attraverso i social.
Nelle prime pagine comprendiamo che “… il bisogno più profondo dell’animo umano è essere guardato con attenzione”.
Nel capitolo due, Carofiglio racconta le parole. “Le parole fanno accadere le cose”. Che grande verità.
È qui che ci insegna a chiamare le cose con il loro nome e imparare a leggere (libri) per scoprire il mondo.
In questo contesto l’autore affronta un tema delicato: l’uso corretto della parola. Per descrivere, informare, condividere, rappresentare.
Le parole “… ci aiutano a immaginare un mondo migliore e poi a costruirlo, un pezzetto alla volta”.
Il terzo capitolo si intitola Cosa vuol dire essere maschi. Carofiglio cambia del tutto argomento e illustra il mito della forza maschile e del patriarcato, della rappresentazione stereotipata dell’uomo invincibile e del valore dell’educazione all’affettività “… perché saper esprimere le emozioni non ha genere: riguarda la capacità di stare al mondo senza farsi o fare del male”.
Il quarto capitolo è un elogio all’errore che, per l’autore, “… è il modo normale con cui entriamo nel mondo, lo conosciamo e impariamo a muoverci al suo interno”. Carofiglio prova a rispondere a una domanda complessa: cosa significa imparare. E afferma che per raggiungere la conoscenza dobbiamo per forza passare dall’errore. Dopo un breve excursus sugli errori che hanno cambiato il mondo (come la scoperta della penicillina), afferma che l’essere umano non è perfetto e specifica un aspetto importantissimo che riguarda l’educazione dei bambini e delle bambine: “Serve un’educazione che valorizzi il processo, non solo il risultato”. Un concetto montessoriano che dovrebbe essere presente già nei nidi e nelle scuole dell’infanzia.
La transizione al capitolo cinque è veloce: imparare a riconoscere i nostri errori è una forma di libertà. E in questo capitolo intitolato Chi comanda davvero? Carofiglio parla delle diverse forme di potere a cui dobbiamo sottostare come, per esempio, quello dell’algoritmo.
Qui troviamo concetti complessi: l’obbedienza e la disobbedienza civile, il valore della Costituzione e gli insegnamenti di Don Lorenzo Milani, i diritti e la responsabilità.
Tra le varie forme di libertà c’è quella di pensiero, trattata nel sesto capitolo. Qui troviamo riflessioni sul saper porre le domande giuste per avere un vantaggio, sulla realtà e la narrazione, sull’uso delle parole per mettere a fuoco solo certi aspetti e sulla libertà di poter esercitare il pensiero critico, con qualche esempio reale di illustri personaggi del passato.
L’arte di cambiare il mondo è il titolo del settimo capitolo, nel quale impariamo a lottare per i nostri sogni, ma a farlo insieme, in piazza, come avviene oggi durante le guerre e i conflitti che stanno devastando il mondo.
Nel capitolo otto, Rivoluzione e gentilezza, Carofiglio prova a tirare le fila e a chiudere i temi aperti, a fare chiarezza su quei fuochi che dovremmo accendere. “Prendersi cura – delle persone, delle parole, degli spazi che abitiamo – è un atto radicale in un tempo che premia l’indifferenza”.
Abbiamo tutte e tutti l’opportunità di fare la nostra parte per inventare il futuro (sì, l’autore non usa il verbo costruire, preferisce inventare) attraverso quella ribellione gentile scatenata da un senso di irrequietezza e di ingiustizia nei confronti di un mondo sbagliato.
Non è una cosa facile. È una scelta complessa ma necessaria. Secondo l’autore nella nostra era “Non servono eroi, solo persone che scelgono, ogni giorno, di non credere nell’indifferenza”.
Otto capitoli, otto temi differenti. Sta a chi legge comprendere le connessioni, individuare gli schemi, trarre le conclusioni.

Accendere i fuochi è un saggio breve che si legge in poche ore. Se sei una lettrice, un lettore abituale, in una serata lo puoi assaporare tutto d’un fiato.
Poi, magari, lo rileggi capitolo per capitolo per tornare su qualche concetto, fare una riflessione, rivedere un passaggio, renderti conto che c’è qualcosa di più interessante e sottile. Anche perché “Leggere, infatti, significa entrare in contatto con esperienze diverse dalle nostre, con nuovi modi per affrontare le avversità e per resistere nei momenti difficili con punti di vista che non avremmo mai considerato” scrive l’autore.
L’espressione accendere i fuochi assume per Carofiglio più significati: mantenere viva la curiosità, lasciarsi guidare dalla motivazione intrinseca, avere il coraggio di esprimere le proprie opinioni, ammettere di aver sbagliato, accogliere le vulnerabilità, riconoscere il potere delle parole.
Già nel 2022 con il libro l’Ora del caffè scritto a quattro mani con la figlia, Carofiglio aveva affermato che “Ammettere le proprie fragilità è la cosa più intelligente che si possa fare” e questo libro, con l’elogio all’errore del capitolo 4, conferma questo assunto.
Ogni persona può accendere un fuoco, ovvero agire per realizzare un cambiamento. Cambiamento che sia portatore di benessere collettivo, di sostegno per la comunità, di crescita interiore.








