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Oltre il cognome: Nicolò Pirelli e il valore di costruire la propria leadership

Nicolò Pirelli porta un cognome che in Italia evoca oltre 150 anni di storia imprenditoriale. Ma la sua storia è “tutta sua”.

Imprenditore, Full Potential Coach e fondatore di Pcoach – società di consulenza specializzata nello sviluppo del capitale umano – è la quinta generazione di una delle famiglie imprenditoriali più importanti del Paese. Ha scelto di costruirsi un percorso proprio partendo dalla gavetta, con esperienze su quattro continenti, ricoprendo ruoli di CEO e Sales Director in mercati complessi e ad alta pressione: dalla Turchia al Nord Africa, dalla Svizzera ai paesi nordici.

Oggi è Head of New Mobility in Pirelli, dove coordina a livello globale la Mobilità del futuro, la Road Safety e la Micromobilità. Certificato ICF con oltre 2.000 ore di praticantato, ha affiancato alla sua esperienza manageriale studi approfonditi in neuroscienze applicate all’apprendimento e alla leadership. Riconosciuto da LinkedIn come Top Voice in Imprenditoria, Leadership e Business Management è un ponte accessibile tra realtà differenti, sempre disponibile a confrontarsi con la sua community. 

Ecco cosa gli abbiamo chiesto!


Nel tuo libro descrivi il valore dello spirito imprenditoriale: potresti indicare tre persone che, secondo te, lo rappresentano con consapevolezza? Persone che fanno parte o hanno fatto parte della tua vita?

Quando penso a chi incarna davvero lo spirito imprenditoriale con consapevolezza, la risposta non può che partire da casa mia.

Il primo nome è mio nonno Leopoldo. Non perché portasse il cognome Pirelli, ma per come viveva il suo ruolo. Ha scritto dieci regole per il buon imprenditore che, a distanza di quarant’anni, restano di una lucidità disarmante. Una su tutte: “Se non ci riesci, riprova. Se non ci riesci più volte, vattene. E se ci riesci, non crederti un Padreterno.” Questa umiltà unita alla determinazione è, per me, l’essenza stessa dell’imprenditoria.

Il secondo è mio padre. Ha gestito business unit in difficoltà in tutto il mondo – dalla Turchia al Nord Africa ai paesi nordici – risollevandole ogni volta. Lo ha fatto senza mai smettere di mettere le persone al centro. Ho visto come trattava i collaboratori, come gestiva le crisi, come si confrontava con me. È stato la mia scuola più vera.

Il terzo è Marco Tronchetti Provera. Nonostante non sia un discendente diretto della famiglia, ha guidato Pirelli per decenni con una cultura imprenditoriale autentica, mantenendo vivi i valori originari dell’azienda e adattandoli ai tempi. Per me è la dimostrazione concreta che non si nasce imprenditori per cognome: si diventa tali attraverso i valori che si sceglie di incarnare ogni giorno.

Se allargo lo sguardo al panorama globale, non posso non citare tre nomi che per ragioni diverse rappresentano per me archetipi imprenditoriali profondi.

Brunello Cucinelli, che nel libro cito esplicitamente, è forse l’esempio italiano più potente di quello che chiamo “capitalismo umanistico”: ha dimostrato che mettere la dignità delle persone al primo posto non è romanticismo, è strategia vincente. Nel 2010, in piena crisi economica, la sua azienda cresceva del 22%. I numeri danno ragione ai valori.

Reed Hastings di Netflix ha costruito una delle culture aziendali più studiate al mondo partendo da un principio semplice e rivoluzionario: fidarsi delle persone. Incoraggiare il processo decisionale indipendente, condividere le informazioni apertamente, essere sinceri. In un’epoca in cui molte aziende predicano questi valori senza praticarli, Netflix li ha messi nero su bianco e ci ha costruito un impero.

Infine Satya Nadella di Microsoft. Ha preso un’azienda che sembrava aver esaurito la propria spinta innovativa e l’ha trasformata dall’interno cambiando prima di tutto la cultura. Ha introdotto la mentalità della crescita, ha abbattuto i silos, ha rimesso le persone al centro. È la dimostrazione che la leadership trasformativa non è una teoria: è un atto quotidiano di scelta.

Nel quarto capitolo del libro ti concentri su un argomento oggi sostanziale: il personal branding. 

Ci racconti come è nata la passione per questo argomento e in che modo lo hai studiato e approfondito?

Il personal branding mi ha letteralmente cambiato la vita. E lo dico senza retorica.

C’è stato un momento preciso in cui ho capito che ogni persona – ogni imprenditore, ogni leader – è un brand vivente. Non nel senso superficiale del termine, non come un logo o uno slogan, ma nel senso più profondo: siamo la somma delle storie che raccontiamo, dei valori che incarniamo, delle promesse che manteniamo. Quella consapevolezza mi ha aperto un mondo.

Ho iniziato a studiare gli archetipi di Carl Gustav Jung e ho avuto una di quelle illuminazioni che ti fanno vedere tutto in modo diverso: esistono modelli universali che risuonano nell’animo umano da millenni, e i brand più potenti del mondo – da Nike a Apple, da Coca-Cola a Pirelli – non hanno fatto altro che incarnare uno di questi archetipi con coerenza assoluta nel tempo. Da quel momento non ho più smesso di approfondire. Ho letto, studiato, sperimentato su me stesso prima ancora che sugli altri.

Ho scelto LinkedIn come palcoscenico e ho iniziato a costruire, post dopo post, conversazione dopo conversazione, un’identità che fosse davvero mia. Non quella del cognome che porto, non quella del ruolo che ricoprivo, ma quella dell’imprenditore, del coach, dell’uomo con una visione precisa su come si fa impresa bene. La risposta che ho ricevuto mi ha emozionato: persone che mi scrivevano per dirmi che un mio contenuto aveva cambiato il modo in cui guardavano la loro azienda, imprenditori che si riconoscevano nelle mie storie, professionisti che chiedevano di lavorare insieme.

Essere riconosciuto da LinkedIn come Top Voice in Imprenditoria, Leadership e Business Management è stato un momento di grande soddisfazione. Ma la vera ricompensa è stata scoprire che quando comunichi con autenticità e costanza, le persone giuste ti trovano. Sempre.

E questa è la convinzione più forte che voglio trasmettere: il personal brand non è una strategia di marketing, è un atto di coraggio. Significa avere il coraggio di dire chi sei, cosa credi, dove vuoi andare. In un mondo pieno di rumore, la cosa più potente che puoi fare è essere riconoscibilmente, inconfondibilmente te stesso.

A chi consigli il tuo libro? Ci lasci tre suggerimenti per leggerlo con il giusto spirito?

Questo libro l’ho scritto per l’imprenditore che sente di avere ancora qualcosa da capire. E, secondo la mia esperienza, sono quasi tutti.

Lo consiglio a chi guida già un’azienda e a volte si sente solo nelle proprie decisioni. Lo consiglio a chi vuole avviare un’impresa e ha bisogno di una bussola concreta, non di promesse facili. Lo consiglio anche a chi ricopre un ruolo manageriale e vuole sviluppare una leadership più consapevole. Non è un libro per chi cerca scorciatoie: è un manuale per chi è disposto a mettersi in discussione.

Per quanto riguarda come leggerlo, ti lascio tre suggerimenti:

Primo: non leggerlo come una biografia. Le storie che racconto non sono lì per impressionarti. Sono lì perché in ognuna di esse c’è un principio che puoi trasferire nella tua realtà. Se leggi senza cercare quel principio, perdi il meglio del libro.

Secondo: fai gli esercizi. Lo so, è la parte che si salta sempre. Ma questo è un manuale, non un romanzo. Alla fine di ogni capitolo ci sono esercitazioni studiate per farti fare una vera autoanalisi della tua azienda e del tuo ruolo. Senza di esse, è come andare in palestra a guardare gli altri allenarsi.

Terzo: non fermarti al libro. Questa è forse la cosa più importante che voglio dire. Ho progettato questo percorso per andare oltre le pagine: ogni esercizio può essere condiviso con me e il mio team per ricevere un feedback personalizzato, ogni domanda che sorge durante la lettura può diventare l’inizio di una conversazione vera. L’idea di fondo è che un libro possa essere il punto di partenza di una relazione, non il punto di arrivo. Se qualcosa ti ha colpito, se hai un dubbio, se vuoi confrontarti, contattami. È esattamente per questo che l’ho scritto.

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