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Social media e adolescenza: come siamo arrivati qui e dove stiamo andando

Nel 2025 il legame tra social media e adolescenza non è più oggetto di dibattito esclusivamente accademico, ma uno dei nodi più discussi a livello sanitario, educativo, politico e culturale. Numerose ricerche, indagini pubblicate quest’anno e iniziative legislative indicano che il fenomeno non riguarda solo atteggiamenti o abitudini, ma tocca aspetti profondi della salute mentale, dello sviluppo sociale, dell’organizzazione scolastica e persino delle politiche pubbliche.

Secondo una recente indagine sul rapporto tra adolescenti e social media, molti giovani dichiarano di riconoscere un impatto perlopiù negativo dei social sulla loro generazione, con aumentata percezione di ansia, pressione sociale e confronto continuo con i coetanei online. Questo dato riflette una tendenza osservata in più paesi e pubblicata in rapporti del 2025.

Parallelamente, organizzazioni sanitarie internazionali e centri di ricerca stanno dedicando crescente attenzione alla questione, con linee guida e raccomandazioni specifiche per affrontare rischi e benefici derivanti dall’uso delle piattaforme digitali tra i giovani. La Commissione Europea e il Joint Research Centre hanno evidenziato la vulnerabilità degli adolescenti alla dinamiche di engagement online, sottolineando che la fase di sviluppo socio-emotivo rende i minori particolarmente sensibili alle sollecitazioni e ai meccanismi di design delle piattaforme.

Non sorprende quindi che negli Stati Uniti sia stato riproposto il Kids Off Social Media Act, un progetto di legge federale volto a vietare l’accesso ai social media per i minori di 13 anni e a limitare l’uso di sistemi di raccomandazione algoritmica per gli under-17. Si tratta di una risposta normativo-politica diretta alla diffusione di preoccupazioni sulla salute mentale e sulla dipendenza digitale tra i più giovani.

Il dibattito nel 2025 ha iniziato a tradursi in azioni concrete da parte dei governi nazionali: in vari Paesi si discute di restrizioni all’uso di social media per minori, con proposte legislative simili anche in Nuova Zelanda e nel Regno Unito, dove sindacati dell’istruzione e membri del Parlamento spingono per bandire l’accesso alle piattaforme sotto i 16 anni per proteggere salute mentale e rendimento scolastico.

In questo quadro così ampio e in evoluzione, non sorprende che la narrativa editoriale recente rifletta dubbi, conferme e interpretazioni contrastanti sulle dinamiche generazionali. Per comprendere come i social media stiano rimodellando l’adolescenza – dai rapporti affettivi alla salute psicologica, fino alle implicazioni sul marketing e sulla comunicazione – risulta utile integrare storici, evidenze scientifiche e prospettive critiche tratte da testi pubblicati e analizzati nel corso del 2025.

Alcuni recenti libri forniscono mappe interpretative approfondite per comprendere questi fenomeni, ognuno con un taglio differente ma complementare. Vediamone qualcuno letto dalla nostra redazione.

Amore, relazioni e identità digitale: “Gli ho chiesto l’Instagram”

Nel libro Gli ho chiesto l’Instagram. Le relazioni sentimentali ai tempi dei social di Barbara Volpi, pubblicato da Carocci Editore nel 2025, il punto di partenza è tanto semplice quanto rivelatore: oggi, per molti adolescenti, chiedere l’Instagram è il primo vero gesto di avvicinamento emotivo. Un atto che sostituisce – o quantomeno precede – la richiesta del numero di telefono, segnando l’ingresso immediato della relazione in uno spazio pubblico, osservabile e misurabile.

Volpi analizza come i social network, e in particolare Instagram, non siano semplici canali di comunicazione, ma ambienti relazionali a tutti gli effetti, all’interno dei quali gli adolescenti costruiscono, mantengono e interrompono i legami affettivi. La relazione, oggi, non si gioca più solo nella dimensione privata, ma si sviluppa in uno spazio ibrido, dove visibilità, reazioni, storie e interazioni diventano indicatori simbolici di interesse, esclusività e valore emotivo.

Uno degli elementi centrali del libro è la trasformazione del linguaggio amoroso. Like, visualizzazioni, risposte alle stories, silenzi digitali e “ghosting” diventano nuove forme di comunicazione emotiva, spesso ambigue, che richiedono continue interpretazioni. In questo contesto, gli adolescenti imparano molto presto a leggere segnali impliciti, a confrontarsi con l’assenza di risposte e a misurare il proprio valore affettivo attraverso metriche numeriche, visibili e comparabili.

Volpi dedica ampio spazio anche al tema della dipendenza affettiva digitale, un fenomeno che emerge quando la connessione costante con l’altro – resa possibile dallo smartphone – si trasforma in controllo, monitoraggio e bisogno di conferme continue. Sapere se l’altro è online, se ha visualizzato un contenuto o se interagisce con terzi diventa parte integrante della relazione, con un impatto diretto su ansia, autostima e regolazione emotiva. In particolare, il libro evidenzia come queste dinamiche siano amplificate nella fase adolescenziale, quando l’identità è ancora in costruzione e il bisogno di riconoscimento è particolarmente intenso.

Un altro aspetto rilevante riguarda la rottura dei legami sentimentali nell’era dei social. Se in passato la fine di una relazione avveniva prevalentemente nello spazio privato, oggi la separazione lascia tracce pubbliche: profili da smettere di seguire, foto da cancellare (o lasciare visibili), storie da interpretare come messaggi indiretti. La sofferenza emotiva, in molti casi, non è solo interiore, ma esposta, osservata e potenzialmente giudicata da una rete di pari.

Il valore del libro non risiede solo nella descrizione del fenomeno, ma anche nell’approccio educativo. Volpi si rivolge esplicitamente a genitori, insegnanti ed educatori, offrendo chiavi di lettura utili per riconoscere segnali di disagio, incomprensioni generazionali e dinamiche relazionali che spesso vengono sottovalutate o fraintese dagli adulti. Il testo invita a superare una visione moralistica o demonizzante dei social, per concentrarsi invece sulla comprensione dei bisogni emotivi che questi strumenti intercettano e amplificano.

Inserito nel più ampio dibattito su social media e adolescenza, Gli ho chiesto l’Instagram contribuisce a chiarire un punto fondamentale: i social non hanno inventato il bisogno di relazione, ma ne hanno modificato profondamente le forme, i tempi e i codici. Comprendere queste trasformazioni è essenziale non solo per chi si occupa di educazione, ma anche per chi lavora nel mondo della comunicazione e del marketing, chiamato oggi a dialogare con generazioni che vivono l’affettività, l’identità e il riconoscimento all’interno di ecosistemi digitali complessi e spesso emotivamente esigenti.

Social media come sistema di controllo e manipolazione: “Il lato oscuro dei social network”

Se Gli ho chiesto l’Instagram analizza come gli adolescenti vivono le relazioni sentimentali nell’ecosistema digitale, Il lato oscuro dei social network. Come la rete ci controlla e manipola di Serena Mazzini sposta lo sguardo su chi costruisce quell’ecosistema e con quali obiettivi. Pubblicato da Rizzoli nel 2025, il libro affronta i social media non come strumenti neutri, ma come sistemi economici e politici fondati sull’estrazione di attenzione, dati ed emozioni.

Mazzini parte da una constatazione chiave: le piattaforme digitali non sono progettate per favorire il benessere degli utenti, ma per massimizzare il tempo di permanenza e l’interazione, perché è su questi parametri che si basa il loro modello di business. Like, notifiche, scroll infinito e contenuti suggeriti non sono semplici funzionalità, ma meccanismi di design comportamentale studiati per orientare abitudini, desideri e scelte.

In questo quadro, l’adolescenza rappresenta una fase particolarmente vulnerabile. Il libro mostra come la costruzione dell’identità online avvenga dentro un ambiente che incentiva la competizione, la visibilità estrema e la performatività continua. Gli adolescenti crescono così in un contesto in cui essere visti equivale a esistere, e in cui il valore personale rischia di essere misurato attraverso numeri, reazioni e viralità.

Mazzini analizza anche la cultura della visibilità come forma di controllo sociale. I social non si limitano a ospitare contenuti: stabiliscono cosa è degno di attenzione, cosa viene premiato e cosa scompare. Questo produce un effetto di omologazione, soprattutto tra i più giovani, che tendono ad adottare linguaggi, estetiche e comportamenti già validati dall’algoritmo. L’originalità lascia spesso spazio alla replicabilità, e l’espressione personale viene filtrata da ciò che “funziona”.

Un aspetto centrale del libro riguarda il rapporto tra emozioni e monetizzazione. Rabbia, paura, indignazione, desiderio e frustrazione sono leve potenti per aumentare engagement e condivisioni. Le piattaforme, spiega Mazzini, imparano a riconoscere e stimolare queste reazioni, trasformandole in valore economico. Per gli adolescenti, questo significa vivere in un flusso comunicativo che amplifica stati emotivi intensi, spesso senza fornire strumenti adeguati per elaborarli.

Qui il collegamento con Gli ho chiesto l’Instagram diventa evidente: se Volpi racconta l’esperienza soggettiva delle relazioni digitali, Mazzini ne svela l’infrastruttura invisibile. Le dinamiche di dipendenza affettiva, controllo reciproco e ansia relazionale descritte nel primo libro trovano nel secondo una spiegazione sistemica: non sono solo comportamenti individuali, ma effetti collaterali di ambienti progettati per trattenere e coinvolgere emotivamente.

Il libro affronta inoltre casi emblematici come la sovraesposizione dei minori, il family vlogging, la mercificazione dell’intimità e la normalizzazione del controllo costante. Tutti esempi che mostrano come la linea tra vita privata e contenuto monetizzabile sia diventata sempre più sottile, con conseguenze profonde sullo sviluppo psicologico dei più giovani.

Dal punto di vista educativo e culturale, Il lato oscuro dei social network non si limita alla denuncia. Mazzini invita a sviluppare una consapevolezza critica, una sorta di alfabetizzazione emotiva e digitale che permetta di riconoscere i meccanismi di manipolazione e di riappropriarsi del proprio tempo, della propria attenzione e delle proprie relazioni.

La salute mentale dei giovani: “La generazione ansiosa”

Con La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli, Jonathan Haidt sposta definitivamente il dibattito su un piano sistemico: non si tratta più solo di come gli adolescenti usano i social, né esclusivamente di come le piattaforme siano progettate, ma di che tipo di infanzia e adolescenza stiamo collettivamente costruendo.

Il punto di partenza del libro è una tesi chiara e documentata: a partire dal 2010, in concomitanza con la diffusione massiva degli smartphone e dei social media, si registra un aumento significativo di ansia, depressione, isolamento e fragilità psicologica tra adolescenti e giovani adulti. Per Haidt questa non è una semplice correlazione temporale, ma l’effetto di una trasformazione profonda dell’esperienza di crescita, che lui definisce “phone-based childhood”: un’infanzia e un’adolescenza mediate dallo schermo.

Secondo l’autore, le nuove generazioni sono le prime nella storia a vivere le fasi cruciali dello sviluppo emotivo e sociale all’interno di ambienti digitali progettati per catturare attenzione, non per favorire autonomia, esplorazione e relazione autentica. Il risultato è una crescita che avviene in spazi iper-controllati, iper-stimolanti e poveri di esperienze corporee e relazionali dirette.

Haidt individua quattro conseguenze principali di questo modello. La prima è la deprivazione sociale: la riduzione delle interazioni faccia a faccia e del gioco libero impoverisce l’apprendimento emotivo e relazionale. La seconda è la privazione del sonno, aggravata dall’uso notturno dei dispositivi. La terza è la frammentazione dell’attenzione, che rende difficile la concentrazione prolungata e l’elaborazione profonda. La quarta è la dipendenza comportamentale, alimentata da meccanismi di ricompensa intermittente tipici delle piattaforme social.

Questi elementi non agiscono isolatamente, ma si rafforzano a vicenda, creando un contesto in cui l’adolescente è costantemente stimolato, raramente presente, spesso solo e sempre esposto al confronto. In questo senso, La generazione ansiosa dialoga in modo diretto con gli altri due libri analizzati: le fragilità relazionali raccontate da Barbara Volpi e i meccanismi di manipolazione descritti da Serena Mazzini trovano qui una cornice psicologica e sociale di lungo periodo.

Un aspetto centrale del libro è il confronto tra due modelli educativi che convivono oggi in modo paradossale. Da un lato, osserva Haidt, l’infanzia offline è sempre più protetta, sorvegliata e regolata; dall’altro, l’infanzia online è spesso lasciata senza confini, esposta a dinamiche che nemmeno molti adulti comprendono fino in fondo. Questa asimmetria produce adolescenti poco autonomi nel mondo reale e iper-esposti in quello digitale.

A differenza di molte narrazioni superficiali sul tema, Haidt non attribuisce la responsabilità ai singoli ragazzi, né demonizza la tecnologia in sé. Il bersaglio della sua analisi è il sistema: un ecosistema digitale che intercetta bisogni evolutivi autentici – appartenenza, riconoscimento, relazione – e li reindirizza verso logiche di engagement, confronto e dipendenza.

Nella parte finale del libro, l’autore propone alcune linee di intervento che hanno alimentato un ampio dibattito pubblico: limiti di età per l’accesso ai social, scuole senza smartphone, recupero del gioco libero e dell’autonomia. Queste proposte, al di là della loro applicabilità immediata, hanno il merito di spostare la discussione da una dimensione individuale a una responsabilità collettiva, che coinvolge famiglie, istituzioni, piattaforme e – non ultimo – il mondo della comunicazione.

Dal punto di vista del marketing e dei media, La generazione ansiosa pone una domanda scomoda ma necessaria: che tipo di pressione emotiva esercitano oggi i messaggi rivolti ai più giovani? In un contesto già saturo di stimoli, confronto e giudizio, ogni comunicazione che utilizza leve di urgenza, scarsità o paura rischia di amplificare fragilità esistenti. Comprendere questo scenario non è solo una questione etica, ma anche strategica.

Ecco la sintesi finale che mette in relazione in modo organico i tre libri, pensata come chiusura editoriale forte dell’articolo, coerente con il tone of voice LDM e con il taglio informativo-critico che hai costruito finora.

Una stessa storia, tre livelli di lettura: relazioni, piattaforme, salute mentale

Letti insieme, Gli ho chiesto l’Instagram, Il lato oscuro dei social network e La generazione ansiosa raccontano la stessa trasformazione, ma osservata da tre angolazioni diverse e complementari. Nessuno dei tre libri, preso singolarmente, esaurisce il tema; è nella loro intersezione che emerge un quadro più lucido e complesso del rapporto tra social media e adolescenza.

Il lavoro di Barbara Volpi si muove sul piano dell’esperienza quotidiana: mostra come gli adolescenti vivono le relazioni sentimentali in ambienti digitali che rendono visibili emozioni, legami e rotture. Qui i social sono il luogo in cui l’amore nasce, si misura, si espone e talvolta si consuma. Like, visualizzazioni e silenzi diventano strumenti di comunicazione emotiva, spesso ambigui, che incidono direttamente sull’autostima e sulla costruzione dell’identità.

Serena Mazzini, invece, sposta lo sguardo dal vissuto individuale all’infrastruttura: Il lato oscuro dei social network chiarisce perché quelle dinamiche siano così pervasive. Le relazioni digitali non si sviluppano nel vuoto, ma all’interno di piattaforme progettate per trattenere attenzione, stimolare reazioni emotive intense e trasformare ogni interazione in valore economico. Le fragilità raccontate da Volpi non sono anomalie, ma effetti collaterali di un sistema basato sulla competizione per la visibilità.

Con La generazione ansiosa, Jonathan Haidt amplia ulteriormente il campo: il focus non è più solo sul presente, ma sulle conseguenze di lungo periodo. Smartphone e social non stanno semplicemente cambiando il modo in cui i giovani comunicano, ma stanno modificando le condizioni stesse della crescita. Ansia, isolamento, frammentazione dell’attenzione e difficoltà relazionali diventano segnali di una trasformazione più profonda dell’infanzia e dell’adolescenza, sempre più “basate sul telefono” e sempre meno sull’esperienza diretta.

Insieme, questi tre libri compongono una sorta di mappa:

  • Volpi racconta il livello relazionale ed emotivo
  • Mazzini smonta il livello sistemico ed economico
  • Haidt analizza il livello psicologico e generazionale

Il filo rosso che li unisce è chiaro: i social media intercettano bisogni autentici – appartenenza, riconoscimento, relazione – ma li rielaborano all’interno di logiche che non nascono per tutelare il benessere degli utenti, e meno che mai quello degli adolescenti.

Per chi lavora nel marketing e nella comunicazione, questa lettura incrociata è particolarmente rilevante. Parlare alle nuove generazioni oggi significa confrontarsi con pubblici emotivamente esposti, iper-stimolati e spesso affaticati, cresciuti in ambienti digitali che amplificano il confronto e riducono le pause. Continuare a comunicare ignorando questo contesto non è solo miope: rischia di essere inefficace o addirittura controproducente.

La vera sfida, suggeriscono implicitamente tutti e tre i libri, non è decidere se i social siano “buoni” o “cattivi”, ma assumersi una responsabilità culturale: capire che ogni messaggio, ogni formato e ogni strategia contribuisce a modellare l’ambiente in cui le nuove generazioni crescono, si relazionano e costruiscono la propria identità.

Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire il dibattito su social media, adolescenza e comunicazione contemporanea: non dalla nostalgia per un passato analogico, ma dalla consapevolezza del presente che stiamo creando.

Ecco una versione ampliata e più strutturata del paragrafo “Prospettive future”, con un focus chiaro e concreto sul ruolo di famiglie, scuole (a partire dalla primaria) e istituzioni, coerente con il taglio dell’articolo e con quanto emerge dai tre libri.

Prospettive future: tra regolamentazione e responsabilità educativa

Guardando al futuro, il rapporto tra social media e adolescenza non può essere affrontato solo attraverso interventi correttivi o emergenziali. I segnali che emergono dal dibattito pubblico, dalla ricerca e dall’editoria indicano chiaramente che servono azioni strutturali, capaci di intervenire sia sul piano normativo sia su quello educativo, fin dalle prime fasi della crescita.

Regolamentazione e policy

Da un lato, cresce la pressione sociale e istituzionale verso una maggiore regolamentazione delle piattaforme digitali, in particolare per quanto riguarda la tutela dei minori. Trasparenza degli algoritmi, limiti all’uso di sistemi di raccomandazione, protezione dei dati e responsabilità delle piattaforme non sono più temi di nicchia, ma elementi centrali dell’agenda politica e culturale. Tuttavia, come mostrano anche le analisi di Haidt e Mazzini, la regolamentazione da sola non è sufficiente se non viene accompagnata da un lavoro profondo sulla cultura digitale.

Educazione di comunità: il ruolo di famiglia e scuola

Il secondo fronte, forse il più complesso e decisivo, è quello educativo. Tutti e tre i libri convergono su un punto: l’educazione digitale non può iniziare quando i ragazzi sono già immersi nei social, ma deve partire molto prima, già nella scuola primaria e all’interno delle famiglie.

Per le famiglie, questo significa superare l’idea che il digitale sia solo una questione tecnica o generazionale. Non basta stabilire limiti di tempo o vietare l’uso di uno smartphone: è necessario accompagnare i bambini nella comprensione delle emozioni, delle relazioni e del valore dell’attenzione, aiutandoli a riconoscere frustrazione, confronto e bisogno di approvazione prima ancora che questi vengano amplificati dai social.

Per la scuola, il compito è altrettanto cruciale. L’alfabetizzazione digitale non può ridursi all’uso degli strumenti o alle competenze tecnologiche di base. Serve un’educazione che includa:

  • comprensione dei meccanismi di visibilità e reputazione online
  • consapevolezza del funzionamento degli algoritmi
  • educazione all’attenzione, al silenzio e alla concentrazione
  • sviluppo di competenze relazionali ed emotive offline

Introdurre questi temi già nella primaria non significa anticipare l’uso dei social, ma costruire le basi cognitive ed emotive per affrontarli in modo più sano negli anni successivi.

Un’alleanza educativa più ampia

In questo scenario, emerge con forza la necessità di una vera educazione di comunità, in cui famiglie, scuole, istituzioni, operatori culturali e professionisti della comunicazione lavorino nella stessa direzione. I social media non sono un ambiente separato dalla realtà, ma una sua estensione: per questo, il modo in cui comunichiamo, insegniamo e progettiamo contenuti contribuisce direttamente a modellare l’ecosistema in cui crescono le nuove generazioni.

Come suggeriscono implicitamente Volpi, Mazzini e Haidt, l’obiettivo non dovrebbe essere quello di creare giovani “iper-protetti” o totalmente disconnessi, ma ragazzi capaci di riconoscere i meccanismi che governano gli spazi digitali, di dare valore alle relazioni reali e di abitare il digitale con spirito critico.

Il futuro dell’adolescenza digitale non dipenderà solo dalle piattaforme o dalle leggi, ma dalla qualità dell’educazione che saremo in grado di costruire oggi, molto prima che un like o una story diventino strumenti centrali di riconoscimento personale.

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