Nel mondo del marketing si parla continuamente di percorso, formazione, competenze verticali, tool sempre più avanzati, framework strategici e nuove piattaforme da presidiare. Ma in quanti si fermano davvero a riflettere su come un marketer gestisce il proprio gioco interiore?
Ogni giorno chi lavora nel marketing prende decisioni sotto pressione, gestisce aspettative, affronta feedback continui, numeri che giudicano, clienti che chiedono risultati immediati. In questo contesto, non è solo la competenza tecnica a fare la differenza, ma il modo in cui la mente reagisce agli stimoli, agli errori, al confronto costante.
Un marketer che sa governare il proprio stato mentale riesce a rendere più efficaci anche il suo lavoro, le sue campagne, le sue strategie. Al contrario, chi si perde nel rumore interno rischia di sabotare il proprio potenziale, anche quando ha tutte le competenze giuste.
Consapevolezza e fiducia in se stessi non sono concetti astratti: sono leve operative che separano un marketer efficace da uno che rincorre continuamente approvazione, risultati o sicurezza esterna.

Un libro nato nello sport, ma fondamentale per il marketing
Un testo che illumina questo tema in modo sorprendentemente attuale è Il gioco interiore nel tennis. Come usare la mente per raggiungere l’eccellenza. Non è un libro di marketing, e proprio per questo è così impattante. Gallwey non parla di KPI, funnel o branding, ma di qualcosa che viene prima di tutto: la relazione con la propria mente durante la performance.
Leggendolo da marketer, emergono lezioni che vanno ben oltre il campo da tennis. Le dinamiche interiori descritte sono le stesse che viviamo quando presentiamo una strategia, analizziamo una campagna che non performa, o dobbiamo prendere una decisione con informazioni incomplete.
Ecco tre lezioni che ogni professionista del marketing può portare direttamente nel proprio lavoro.
La consapevolezza è più potente del controllo
La prima grande lezione è controintuitiva: cercare di controllarsi troppo peggiora la performance. Gallwey mostra come l’attenzione neutra — osservare ciò che accade senza etichettarlo subito come giusto o sbagliato — produca risultati migliori di qualsiasi auto-disciplina forzata.
Nel marketing questo è evidente: quando ci correggiamo mentalmente a ogni passo (“non dovevo dirlo”, “questa idea non è abbastanza”, “sto sbagliando”), l’energia si disperde. La creatività si irrigidisce, la strategia diventa difensiva, il pensiero si accorcia.
Quando invece smetti di giudicarti continuamente e osservi ciò che stai facendo, il lavoro trova un equilibrio naturale. Le intuizioni emergono con più chiarezza, le decisioni diventano più fluide.
Meno controllo ossessivo, più consapevolezza: è qui che nasce una performance di qualità.
Il dialogo interno non va eliminato, ma disinnescato
Il problema non è la voce nella testa. È l’identificazione con essa. Gallwey non invita a combattere il dialogo interno, ma a riconoscerlo come rumore di fondo. Nel momento in cui lo osservi senza seguirlo, perde autorità.
Questa è una lezione cruciale per chi lavora nel marketing, un settore in cui il confronto è costante e il dubbio sembra sempre in agguato. Pensieri come “non sono abbastanza bravo”, “questa campagna fallirà”, “gli altri sono più avanti” non vanno eliminati — perché spesso non si può — ma ridimensionati.
Non sei i tuoi pensieri, e non devi risolverli tutti per agire bene.
Molte delle migliori strategie, delle migliori idee e delle decisioni più efficaci nascono non dopo aver sconfitto il dubbio, ma mentre il dubbio è ancora lì, semplicemente non al comando.
La fiducia non nasce dal risultato, ma dal processo
Una delle intuizioni più profonde è che la fiducia autentica non è una conseguenza del successo, ma una condizione che nasce dal rapporto con il processo. Quando l’attenzione è sul “fare bene questo gesto ora”, il risultato diventa secondario — e proprio per questo migliora.
Nel marketing siamo spesso ossessionati dalla validazione esterna: numeri, like, conversioni, feedback. Tutto importante, certo. Ma quando la fiducia dipende solo dall’esito finale, ogni progetto diventa una prova di valore personale.
Spostare il focus sulla qualità dell’azione presente cambia radicalmente il modo di lavorare. Significa chiedersi: sto facendo bene questo passaggio? Questa analisi è solida? Questa idea è coerente con la strategia? La performance sostenibile nasce da qui: da un processo curato, non da un risultato inseguito con ansia.

Perché questo libro dovrebbe essere nella libreria di un marketer ambizioso
Questo non è un libro da leggere per migliorare una tecnica specifica. È un libro che allena il mindset di chi lavora con la complessità, l’incertezza e la pressione — esattamente il contesto in cui vive ogni marketer. Capire il proprio gioco interiore significa diventare più lucidi, più presenti, più efficaci. Significa smettere di sprecare energia nel conflitto interno e investirla dove conta davvero: nella strategia, nella creatività, nelle decisioni che fanno la differenza.
Prima di ogni tool o framework, è il vero vantaggio competitivo.

FOTO: fonte Pinterest





