di Barbara Milini
Negli ultimi anni mi è capitato sempre più spesso di uscire dal mio contesto professionale, ossia quello della comunicazione, dei social, del marketing, per entrare in luoghi diversi: scuole, sale civiche, incontri serali con genitori ed educatori, momenti di confronto condivisi anche con psicologi e psicoterapeuti.
All’inizio pensavo di portare risposte. Poi ho capito che dovevo prima di tutto imparare ad ascoltare.
Ho dunque prestato attenzione a genitori pieni di domande, spesso più di quante ne avessero mai avute prima. Ho ascoltato insegnanti alle prese con dinamiche che vanno ben oltre la didattica. Ho udito professionisti della salute mentale raccontare ciò che accade quando certi segnali non vengono riconosciuti in tempo.
In uno degli incontri nelle scuole secondarie, mentre stavamo parlando dei rischi legati alla condivisione di immagini private, una ragazza di 14 o 15 anni è scoppiata in lacrime. Non è stato necessario fare domande. In quel momento non servivano spiegazioni tecniche, né statistiche. Era evidente che quel tema non era “un rischio possibile”, ma qualcosa che toccava già la vita reale.
È anche in situazioni come questa che ho capito quanto sia importante arrivare prima, con strumenti e consapevolezza, e non solo dopo, quando qualcosa è già accaduto. È stato proprio in questi contesti che ho compreso una cosa che oggi considero centrale: il punto non sono i social, ma il modo in cui noi adulti ci posizioniamo di fronte a questo mondo. Non nel senso di colpa, ma nel senso di responsabilità, sia ben inteso!
Perché quello che noto, incontro dopo incontro, non sono adulti assenti o disinteressati. Vedo persone che vogliono esserci, ma che spesso non hanno strumenti, riferimenti, linguaggi adeguati per farlo. Percepisco la fatica di trovare un equilibrio tra controllo e fiducia, tra protezione e autonomia. Infine, scorgo soprattutto una paura silenziosa: quella di sbagliare.
Durante una serata informativa, a un certo punto un genitore ha preso la parola e ha detto:
“Io le blocco tutto. Fino ai 18 anni non se ne parla.”
In quella frase non c’era rigidità, ma paura. Il tentativo, comprensibile, di proteggere senza sentirsi davvero attrezzati per accompagnare. È proprio lì che emerge la complessità del nostro ruolo: trovare un equilibrio tra protezione e relazione, senza illuderci che il controllo, da solo, possa sostituire il dialogo.
I ragazzi oggi crescono in un contesto che noi della generazione anni ‘80 e ‘90 non abbiamo vissuto: costruiscono relazioni, identità, esperienze anche online, in uno spazio che non è separato dalla vita reale, ma ne è una prosecuzione. E noi adulti, inevitabilmente, arriviamo dopo: a volte quando qualcosa è già accaduto; altre volte quando la distanza è già incolmabile.
In questo scenario, il confronto con psicologi e psicoterapeuti è stato per me fondamentale. Mi ha insegnato a non fermarmi alla superficie dei comportamenti digitali, ma a leggere ciò che li attraversa: bisogni, fragilità, ricerca di appartenenza, costruzione dell’identità.
Allo stesso tempo, mi ha reso ancora più consapevole del mio ruolo.
Io non sono una psicologa, né una giurista: sono una professionista del digitale, con oltre vent’anni di esperienza nella comunicazione e nelle dinamiche dei social.
Ma sono anche una madre e questo non è un titolo, né un elemento da esibire. È uno sguardo: ossia un punto di vista che mi aiuta a restare sulle persone, sulle loro storie, sulle loro emozioni. A riconoscere quello che i genitori stanno vivendo senza giudizio, e a tenere insieme competenza e umanità, senza semplificare ciò che è complesso, ma nemmeno complicarlo inutilmente.
È da tutto questo che nasce Non basta voler bene.
Non come manuale tecnico e nemmeno come testo allarmistico, ma come uno spazio di orientamento. Un libro che prova ad accompagnare (è questo il verbo che più mi rappresenta) chi si sente disorientato, inadeguato, incerto.
Ho scelto volutamente un tono professionale, perché credo sia necessario dare autorevolezza a questi temi, ma anche accessibile, perché la distanza non aiuta nessuno. Nel libro non ci sono soluzioni miracolose, bensì strumenti, domande, esempi concreti.
Molti adulti si pongono sempre la stessa domanda: “E io, nel concreto, da dove inizio?”
La risposta non è una sola ed è distribuita lungo tutto il percorso di lettura, attraverso riflessioni, micro-azioni, spunti che possano essere realmente applicabili nella quotidianità. Non per diventare perfetti, ma per iniziare a muoversi con maggiore consapevolezza.
La prefazione della dr.ssa Laura Salanti, psicologa clinica, rappresenta per me un elemento di grande valore. Non solo per l’autorevolezza che porta, ma perché rafforza questa visione integrata: nessuna competenza, da sola, è sufficiente per affrontare la complessità dell’educazione digitale.
Se c’è una bussola che mi ha guidata nella scrittura e che continua a orientarmi negli incontri è una domanda molto semplice: sto aiutando un adulto a sentirsi più competente, oppure lo sto facendo sentire inadeguato?
Se la risposta è la prima, allora sono nella direzione giusta!
Perché, in fondo, non servono adulti perfetti. Servono adulti presenti, disposti a mettersi in discussione, a fare domande, a restare anche quando non hanno tutte le risposte.
È con questo spirito che ho scritto Non basta voler bene:
- Non per dare risposte definitive, ma per offrire un orientamento;
- Non per dire cosa è giusto o sbagliato, ma per aiutare a leggere meglio ciò che accade ai nostri giovani;
- Non per sostituirmi ad altre figure professionali, ma per contribuire a costruire uno sguardo più consapevole e condiviso.
Se anche solo un genitore, un insegnante, una zia o una sorella maggiore leggendolo si sentirà un po’ meno solo e un po’ più capace di essere presente in modo concreto, allora questo lavoro avrà avuto senso.
Grazie,
Barbara





